SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO O SPETTACOLO DELLA SOCIETÀ?
Società dello spettacolo è un concetto con il quale abbiamo imparato a fare i conti. La superficialità di uno schermo, la patinatura glamour, l’iconicità asettica, la cattura dell’immagine, la serialità della produzione di identici, l’ingegnerizzazione somatica a tratti ammiccante con l’architettura fisiognomica… sono solo alcuni dei modelli dominanti nell’immaginario di una società interamente votata allo spettacolo, alla lucentezza della cinepresa (che afferra e marmorizza lo scorrimento, dell’età, del movimento, della struttura sociale), al maquillage di una maschera che è pelle, la pelle che è confine e segno, nonché relazione osmotica.
Spettacolo che si intrude nelle articolazioni e che sfilaccia i legamenti separando muscoli da ossa e ossa da cartilagini; spettacolo che non aspetta ma che, affrettandosi, si afferma sul proscenio elevandolo a luogo privilegiato, a luogo unico. Società dello spettacolo è la spettacolarizzazione della società, elevazione del campo sociale a copione senza recitazione, a brogliaccio da performare in atti non intenzionalmente performativi, ma performanti la pièce che tutti devono rappresentare. Spettacolarizzazione come inconscia manifestazione della teatralità dell’esistenza in società, alla ricerca di un difficile equilibrio tra gli involontari attori, presi nella multisfaccettura e pluriprospettività dei rispettivi osservatori: punto di sintesi aprioristica, giustificata da una efficienza a posteriori, Roma locuta, causa finita.
La circostanza drammatica che ha investito il corso di questo scampolo di nuovo millennio, non ha fatto altro che incrementare esponenzialmente, fino a trasvalutarne il valore, della spettacolarizzazione della società. Costretti dalla contingenza, sempre più intravista alla stregua di un destino (o forse no? Quando potremo tornare a cibarci di socialità (in un lento processo di ri-socializzazione), lasceremo ancora che lo spettacolo informi le nostre relazioni? Accetteremo ancora di mediare i nostri rapporti da dispositivi livellanti? Reagiremo rifiutando tutto quanto ha sostenuto i duri mesi di quarantena? Ne riconosceremo il valore intrinseco? Sapremo dare una direzione a questa epoca coronavirus?), lo schermo, i filtri, il feed si sono rivelati gli appoggi, i puntelli indispensabili a cui è impossibile fare a meno. La zoommata di lavoro, la discordata tra amici, la twitcchata di intrattenimento (insieme ad una pletora di atteggiamenti, di atti, di parole, prima inconcepibili o quanto meno non così pervasive) hanno plasmato la nostra quotidianità e l’hanno direzionata (irreversibilmente? L’irreversibilità è un concetto che ci siamo trovati tra capo e collo. Forse lo sarà ancora per molto e la sua luce (o ombra?) sarà sostanza del nostro intendere per tanto tempo) su sentieri sconosciuti.
Possibilità nuove si sono dispiegate, la produzione di materiale digitale si è moltiplicata e innovative funzionalità tecniche hanno cambiato e stanno modificando (anche qui, irreversibilmente?) il modo di comunicare. Una maggiore velocità di fruizione, un dissetarsi a piccoli sorsi, un cibarsi quante più volte possibile al giorno con snack dal basso contenuto calorico, brevi unità informative dalla foggia up to date. Si è raggiunta una grande realizzazione, forse La Grande Realizzazione: tutto è spettacolo, tutto è intravisto da dietro uno schermo, tutto è in dipendenza da un segnale, da un collegamento che fa rete, da una connessione che fa la relazione. Nessuna ingiunzione all’apparenza e alla superficialità; semplicemente, si è apparizione, chi più chi meno sgranata, ci si configura come superficie, flat tanto quanto lo schermo del device. Serrati in casa, la bolla non può scoppiare. Accendiamo il pc, il tablet, il televisore (smart, rigorosamente), l’ubiquo cellulare: siamo parte dello spettacolo.

Proprio per questo possiamo constatare quanto la società dello spettacolo sia antiquata, quanto il concetto non possa più filtrare la realtà. Adatto solo ai nostalgici, o agli amanti delle profezie, la società dello spettacolo ha lasciato il posto alla sua realizzazione, al suo compimento: riproposizione dell’antico dissidio tra ultimo profeta e primo apostolo. Nel mezzo, l’attimo che decreta il tramonto e l’albeggiare, la fine e l’inizio, il vecchio e il nuovo. La società della spettacolo si è ritirata avverandosi, si è ritratta proiettandosi: ha lasciato spazio allo spettacolo della società.
E così l’apostolo prende la parola, erede dello sforzo profetico; rovesciamento di una nuova era, lo spettacolo della società trascende la spettacolarità sociale, la spettacolarità della sfera sociale che in quanto tale era ancora affetta dal rischio di spettacolarizzarsi, di divenire spettacolo. La spettacolarizzazzione del dolore, così come della politica, o della scienza o della religione, era lo scavarsi di un incavo interno a queste forme di manifestazioni antropologiche, un’affezione di una incostanza strutturale, un doppio inevitabile e quasi sperato dallo humour che gusta le cadute (Deleuze). Spettacolarizzare la politica, o la scienza o religione, performava ancora la possibilità di un riappropriarsi della politica, o della scienza o della religione: società dello spettacolo era la società che faceva di se stessa spettacolo, che humourizzava la sua stessa caduta, che si sforzava di guardare in volto il proprio vuoto. La società dello spettacolo non era l’ipnotica spirale roteante all’infinito che rapiva l’attenzione e con essa la mente. Lo spettacolo, in poche parole, era ancora manifestazione della società, una sua gemma creatasi da un nodo. Ma come ogni gemmazione che si rispetti, la scissione è dietro l’angolo.
La soglia, già da tempo raggiunta, è stata valicata dall’insorgenza della pandemia: la gestione comunicativa delle misure di protezione e prevenzione ne esemplificano il ribaltamento. Diatribe tra tecnici (faide virologiche dal comprovato interesse medico-scientifico), balletti di politicanti propagandanti le «magnifiche sorti e progressive» degli ultimi provvedimenti (che cos’è che incarna meglio la spettacolarità dello spettacolo che la propaganda?), alluvioni a non finire di dati aventi, secondo gli analisti, l’autorevolezza della prensione diretta (dato il dato, tutto è dato!)… Ogni attività è spettacolo, la cui programmazione è una variante di un palinsesto generalizzato: per questo non si può parlare di spettacolarizzazione della politica, ma di politicizzazione dello spettacolo, non più di spettacolarizzazione del dolore, ma drammatizzazione (nel senso ingenuo di situazione drammatica, da ore disperate (non a caso, per altro, titolo di una divertentissima serie di docu-fiction)) dello spettacolo, non più spettacolarizzazione della religione, ma religionizzazione dello spettacolo e così via.
Ciò che questa epoca coronavirus ha svelato era una tendenza profetica, un impegno di una società a spettacolarizzarsi. Ora che la profezia si è avverata e il regno del primo apostolo si è instaurato, oseremo essere eretici?
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EPOCA CORONAVIRUS
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