LA NARRAZIONE DELLA PESTE DI ATENE E LA SUA COLLOCAZIONE ALL’INTERNO DELLE STORIE DI TUCIDIDE – [VIAZZI VIP]
Tucidide, che deve essere considerato il vero capostipite della storia politica, ne rivendica con forza la centralità all’interno delle scienze umane: la sua sapienza è capace di comprendere i limiti delle possibilità umane e «la sua sapienza è la conoscenza ultima. È la saggezza».[1] Per il conseguimento di questo obiettivo egli si mette in competizione con Omero e poiché quello, narrando la guerra di Troia, aveva narrato la guerra più grande di tutte, così Tucidide, per cercare di superarlo e prenderne il posto nella paideía dei giovani greci, racconta la guerra del Peloponneso convinto che sia
il più grande sommovimento che sia mai avvenuto fra i Greci e per una parte dei barbari e, per così dire, anche per la maggior parte degli uomini[2].
Può sostenere questa teoria per il fatto che egli era assolutamente certo che, comprendendo la natura della guerra, si avesse agio a comprendere anche la natura della vita umana. Per Tucidide il male è così radicato, centrale e presente nell’esperienza di vita dell’uomo che è solo comprendendo il male che si comprende la natura dell’uomo![3]
La conoscenza dei fatti storici non è fine a se stessa, ma deve avere come scopo ultimo quello di consentire l’accesso a un sapere più vasto, più completo. La storia avrebbe dovuto sostituire il mito e la poesia come porta di accesso alla saggezza, ma l’ambito entro cui si muove l’opera tucididea rimane pur sempre quello dell’arte. La ricerca storica persegue la stessa finalità della poesia epica di Omero, perché è sapienziale e come tale tende a dare una spiegazione al tutto, così come sino ad allora, al di là della sua valenza artistica, la poesia omerica era stata innanzi tutto la primaria via di accesso alla sapienza per l’uomo greco, la cui formazione prendeva le mosse dalla lettura dei poemi omerici.
La guerra sembra essere il male assoluto, nel quale l’uomo si rivela, ma anche la peste è un male, altrettanto radicale, forse anche maggiore, come più tardi illustrerà bene Alessandro Manzoni ne I promessi sposi. Mentre, però, della guerra, in qualche modo, è possibile dare una spiegazione razionale, ricercarne le motivazioni e le cause, anche qualora queste si nascondano nell’indole e nella natura degli uomini che guidano le città, la peste sfugge a questo tipo di categorizzazione e rimane inspiegata e inspiegabile: la peste è il Male! Se la guerra è un male del tutto ascrivibile all’indole umana, esattamente come aveva sottolineato Manzoni con spietata ironia, la peste invece no. La risposta alla domanda “perché la peste?” fatica a trovare una risposta sensata e condivisibile. La peste è, così come la puntigliosa descrizione di Tucidide dimostra, qualcosa di più ed è impervio per la mente umana comprendere che cosa sia (τὶ ἐστί) e soprattutto perché è (ἐστί).
Non è un caso, però, che la lunga e articolata narrazione della peste di Atene cominci subito dopo il famoso epitaffio di Pericle, che segna invece l’apice positivo della civiltà ateniese, cioè greca, cioè mondiale, configurandosi come l’elogio della “città perfetta” fuori dal tempo e dallo spazio: un modello replicabile e da imitare. L’apice del bene, quindi, è posto, antiteticamente, in mezzo ai vertici del male assoluto, la guerra e la peste: senza alcuna spiegazione, senza alcuna mediazione, proprio perché bene e male sono – non solo nel comune recinto della trascendenza – del tutto antitetici e indipendenti l’uno dall’altro.
Si ripete, in definitiva, lo stesso schema attraverso il quale gli anni di quiete più grande, quelli della Pentecontetia, gli anni in cui Atene e Sparta si sono affermate giungendo al culmine della loro potenza, si contrappongono alla crisi più grande, la guerra del Peloponneso. Chi, infatti, se non Pericle, è il massimo rappresentante di quell’Atene, di quella quiete, di quella grandezza che ha consentito al mondo greco di uscire dallo stato di barbarie? Lo specchio, la narrazione, il racconto di quella grandezza sta tutto compreso entro l’epitaffio per i caduti del primo anno della guerra: a quella grandezza fa da contrappeso, inesorabile, il racconto della peste, una crisi ancora più grande, perché porta alla morte del miglior prodotto di quella città: la peste è già “al di là” della, “oltre” la guerra, benché cronologicamente venga al suo inizio.
In questo, poi, Tucidide si inscrive perfettamente nell’alveo del sapere filosofico greco che, a partire da Eraclito, ricerca l’essenza dell’essere non nella quiete, ma nel movimento, nel divenire. Il movimento più grande, però, non è più da individuare nella guerra, della quale – in qualche modo – è possibile indagare le cause e capire le ragioni, additarne i colpevoli e i responsabili, averne cioè una conoscenza solida, scientifica, certa e incontrovertibile, ma nella peste, che si pone al di sopra della guerra proprio in virtù della sua inaccessibilità al λόγος esattamente nella stessa misura in cui Pericle si pone al di sopra della democrazia ateniese perché è l’unico che la “domina” e la rende virtuosa.[4] La contrapposizione tra bene e male appare così nettissima.
Tutto questo si può appunto spiegare tenendo presente e ammettendo che la stessa ragione umana è in sé pensiero antitetico, quasi inabile a pensare il bene senza cooriginariamente pensare anche il male.[5] Questo avviene perché lo spazio della trascendenza è esattamente quello in cui l’uomo è chiamato a confrontarsi con l’Assoluto, che, però,
tende a manifestarsi più sotto il segno del negativo che sotto quello del positivo. È infatti nell’orizzonte della trascendenza, e cioè dell’esperienza religiosa, che l’uomo coglie innanzitutto il male nella sua radicalità, quello che Caracciolo chiama il malum mundi…[6].
Come, in apertura dell’opera (I, 1), Tucidide afferma che la guerra del Peloponneso sarebbe stata la “più grande” e la “più memorabile” di tutte quelle avvenute sino ad allora, così
l’aspetto della malattia era al di là di ogni logica comprensione, su ciascuno piombavano addosso anche altre cose e in maniera più dura rispetto alla natura umana e proprio in questo mostrò di essere qualcosa di diverso rispetto a una delle solite[7]:
in definitiva, è la peste, pur nel suo realizzarsi come semplice malum in mundo, qualcosa di sovra-umano. In mezzo, tra guerra e peste, c’è Pericle, il cittadino migliore della migliore delle città, con la sua migliore orazione politica: l’epitaffio!
[1] L. STRAUSS, Gerusalemme e Atene. Studi sul pensiero politico dell’Occidente, Torino 1998, pp. 96-97.
[2] Tucidide, Storie, I, 2.
[3] Questa particolare interpretazione dell’opera di Tucidide si deve alla finezza di L. STRUSS, Gerusalemme e Atene…, op. cit., cui si rimanda per tutto il saggio Tucidide: il significato della storia politica, pp. 86-119 e qui in particolare pp. 98-99.
[4] Per quanto concerne la centralità della figura di Pericle in relazione al funzionamento della democrazia ateniese si veda quanto sostenuto in R. VIAZZI (a cura di), Tucidide – Platone. Natura e limiti della democrazia, Genova 2008.
[5] «Cooriginarietà e antiteticità sono perciò attributi fondamentali e costitutivi di ogni genuino pensare umano»: C. ANGELINO, L’Essere e/o il Male, Genova 2018, p. 17.
[6] C. ANGELINO, Prefazione, sta in A. CARACCIOLO, Religione ed eticità, Genova 1999, p. 9; ma si veda anche A. CARACCIOLO, La religione come struttura e come modo autonomo della coscienza, Milano 1965.
[7] Tucidide, Storie, II, 50, 1.
Remo Viazzi, professore e saggista
Remo Viazzi è su facebook
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Bene e male sono due parole, due simboli che significano sé e altro da sé. Al di là di cosa indichino se si vuole che indichino cose contrapposte, bisogna affrontare il discorso che prova a chiarificare cosa significhi che due cose siano contrapposte. Se s’intende dire che non condividono alcun attributo, ebbene la difesa di tale discorso impegnerebbe tutti gli sforzi di chi lo propugna.
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